M come Maffessoli

ottobre 3, 2009 - Leave a Response

Michel Maffessoli, Icone d’oggi, Sellerio 2009

L’importanza assunta dalle icone nelle quali la vitalità animalesca prevale su un idealismo disincarnato sembra andare di pari passo con la disaffezione verso le grandi figure politiche. Come ha rilevato a suo tempo Guy Hocquenghem, «passare dal colletto alla Mao Tse-tung al Rotary Club» è stato il mediocre destino di molti sessantottini che così hanno messo a frutto il loro know-how rivoluzionario nelle sedi ministeriali, nelle redazioni dei giornali, sulle cattedre universitarie o negli uffici dei consulenti chiamati a sostenere il capitalismo in crisi. Persino il vecchio Karl Marx ha visto la sua effige utilizzata per la pubblicità di un fondo d’investimento: «Capital». La stessa sorte è toccata al basco e al sigaro di Che Guevara, i quali, nel più puro stile situazionista, hanno perduto ogni rapporto con le loro origini rivoluzionarie e servono a ornare posacenere, accendini e altri gadget, denotando una generale irriverenza nei confronti della Lotta finale.

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V come Volponi

giugno 30, 2009 - Leave a Response

Paolo Volponi, Il sipario ducale, Garzanti, 1975

Il giovane Gian Leone montò questa motocicletta regolarmente per quattro, sei, otto ore al giorno tutti i giorni della sua vita fino al 1933, anno in cui cadde verso marzo nel mutismo, scherzo della primavera, a luglio nella sclerosi, effetto di quell’estate particolarmente pesante, e poi nella paralisi che lunga come i suoi viaggi lo accompagnò ora per ora a morire nel 1935, quel 6 ottobre in cui il nipote Oddo si imbarcava a Napoli con il grado di sottotenente verso l’Eritrea, mosso a rompere la noia più che a servire il re e il duce, ai quali proprio per quella noia portava più accidia che deferenza. La notizia di quell’imbarco restò a pianterreno e le sorelle Marzia e Clelia lì sotto l’appresero, sulla porta della cucina, mandate a prendere un caffé e una boccata d’aria perché non fossero presenti nella conclusione della scomposta agonia dello zio.

N come Nin

marzo 2, 2009 - Leave a Response

Diari, Anais Nin, Bompiani 2001

11 agosto 1934

Questa è la mia droga e il mio vizio. Questo è il momento in cui do di piglio alla misteriosa pipa e mi abbandono alle deviazioni. Anziché scrivere un libro, resto distesa a sognare e parlare con me stessa. Una droga. Mi ritraggo dalla realtà e mi rifugio in ciò che viene nel rifratto, trasformo gli eventi in vapore, in languidi sogni. Questa febbre che mi spinge, che mi sprona, che mi tiene tesa e perfettamente sveglia durante il giorno si trasforma in abbandono, in improvvisazione, in beatitudine, in contemplazione. Non posso fare a meno di rivivere la mia esistenza nel sogno. Il sogno è la mia unica vita. Cerco, negli echi e nei riverberi, la trasfigurazione, che sola mantiene puro il meraviglioso. Altrimenti, ogni magia va perduta. Altrimenti l’uomo che strega il mio corpo si mostra solo nelle sue deformità, e la bruttezza diviene ruggine, ruggine che cade sulle articolazioni che dovrebbero invece scricchiolare solo sotto il peso del piacere.

La mia droga. Che copre tutte le cose con la nebbia del fumo, deformando e trasformando come fa la notte. Ogni materia deve fondersi a questo modo per me attraverso la lente del mio vizio, e la ruggine del vivere dovrebbe rallentare il mio ritmo, ridurlo a un singhiozzo.

H come Høeg

febbraio 1, 2009 - Leave a Response

Peter Høeg, I quasi adatti, Mondadori 1996

Quando ero in isolamento, o avevo smesso di parlare, o mi facevo sfiorare dal treno, o stavo disteso ad aspettare Valsang, o sedevo vicinisismo a Katarina, o tenevo la mano di August, allora il tempo svaniva, come un suono che diventa più debole. Quando mi stavo allontanando dal mondo per entarare in me stesso, o nella morte, o nella rinuncia, o nell’estatsi, o nel silenzio del laboratorio, allora il tempo si allontanava da me. Allora si avvicinva l’eternità.

Il tempo è indissolubilmente legato al linguaggio, all’apparato sensoriale e alla comunità umana. Il tempo nasce quando la coscienza incontra il mondo in una vita normale.
Senza contraddire nessuno, vorrei mettere in discussione Newton, il quale riteneva che il tempo scorre nell’universo indipendentemente dall’uomo, e Kant, che riteneva il tempo innato nella coscienza. Io credo che il tempo sia una possibiltà intrinseca a tutti gi uomini di tutte le epoche, ma che richieda di essere insegnata per dispiegarsi, e che le forme che assume dipendano dal carattere dell’insegnamento e dell’ambiente.
Il tempo è una sfera formata da lingua, colori, odori, suoni e sensazioni, una sfera in cui uno convive col mondo, uno strumento con cui si può ordinare e comprendere il mondo, che è uno dei motivi della sopravvivenza.
Ma se il tempo diventa troppo rigido, allora diventa un motivo per annientare se stessi.

R come Richler

dicembre 2, 2008 - Leave a Response

Mordecai Richler, La versione di Barney, Adelphi, 2000

«Lei è uno strizzacervelli?».
«Sì».
«Allora lasci che le dica una cosa. Non sono mai andato d’accordo con sciamani, stregoni o psichiatri. Della condizione umana hanno capito molto di più Shakespeare, Tolstoy o persino Dickens di chiunque voi. Siete una banda di ciarlatani sopravvalutata, che si ferma alla grammatica dei problemi umani, mentre gli scrittori che le ho nominato badano all’essenza. E non mi piacciono le etichiette vacue che appiccicate alla gente, né le parcelle che chiedete per le perizie di parte. E non mi piacete in tribunale, uno per la difesa, l’altro per l’accusa, due cosiddetti esperti, l’un contro l’altro armati, ma entrambi col portafoglio gonfio. Voi giocate con la testa delle persone, e siete inutili, se non dannosi. Inoltre, stando a quanto ho letto di recente, avete abbandonato il lettino per i farmaci, come del resto anche il mio amico Morty. Paranoia? Prenda questo due volte al dì. Schizofrenia? Sciolga questo in bocca prima dei pasti. Io prendo un whisky al malto e un Montecristo per tutto, e le consiglio di fare altrettanto. Fanno duecento dollari, grazie.»

M come Moresco

novembre 22, 2008 - Leave a Response

Antonio Moresco, Lettere a nessuno, Einaudi, 2008

Metodo (per arrivare agli “Esordi”)

[…]  – E se l’arte non ha più nessun futuro in questo mondo… ecco il momento ideale per dedicarsi ad essa.

– Lavorare in silenzio, nel silenzio.

C come Campana

novembre 13, 2008 - Leave a Response

Dino Campana, Canti orfici e altre poesie, Einaudi 2003

Quiere Usted Mate? uno spagnolo mi profferse a bassa voce, quasi a non turbare il profondo silenzio della Pampa. Le tende si allungavano a pochi passi da dove noi seduti in circolo in silenzio guardavamo a tratti furtivamente le strane costellazioni che doravano l’ignoto della prateria notturna. – Un mistero grandioso e veemente ci faceva fluire con refrigerio di fresca vena profonda il nostro sangue nelle vene: – che noi assaporavamo con voluttà misteriosa – come nella coppa del silenzio purissimo e stellato.

B come Bufalino

novembre 6, 2008 - Leave a Response

Gesualdo Bufalino, Diceria dell’untore, Bompiani, 2001

O quando tutte le notti – per pigrizia, per avarizia – ritornavo a sognare lo stesso sogno: una strada color cenere, piatta, che scorre con andamento di fiume fra due muri più alti della statura di un uomo; poi si rompe, strapiomba sul vuoto. Qui sporgendomi da una balconata di tufo, non trapela rumore o barlume, ma mi sorprende un ribrezzo di pozzo, e con esso l’estasi che solo un irrisorio pedaggio rimanga a separarmi… Da che? Non mi stancavo di domandarmelo, senza però che bastasse l’impazienza a svegliarmi; bensì in uno stato di sdoppiata vitalità, sempre più retratto entro le materne mucose delle lenzuola, e non per questo meno slegato ed elastico, cominciavo a calarmi di grotta in grotta, avendo per appiglio nient’altro che viluppi di malerba e schegge, fino al fondo dell’imbuto, dove, fra macerie di latomia, confusamente crescevano alberi (degli alberi non riuscivo a sognare che i nomi, ho imparato solo più tardi a incorporare nei nomi le forme).

B come Bianciardi

novembre 6, 2008 - Leave a Response

Luciano Bianciardi, Aprire il fuoco, Rizzoli 1976

Nella vita infatti non contano solamente le cose che sono, ma anche ciò che delle cose pensano e credono gli altri. Finché tutti ti credono ricco, ti faranno credito, parola che appunto deriva proprio da credere, anche se non tutti ci fanno più caso. Finita la credenza, finisce il credito. Conosco gente che a bella posta, e fin dall’età verdissima, si fece fama di matto, e tutti continuano a stimarlo tale anche se matto non è per nulla, e in questo modo gli perdonano ogni cosa. Peccato che ciascun villaggio non sopporti più di un matto alla volta. Gli altri li mandano in manicomio.